CHI SIAMO

L’ Osservatorio Agenti di Commercio e Consulenti Finanziari nasce nei primi mesi del 2020 per volontà di USARCI, FISASCAT CISL e UGL con l’intenzione di fornire uno strumento pratico di orientamento per i professionisti italiani che operano in qualità di agenti e rappresentanti e consulenti finanziari durante il difficile periodo della pandemia da Covid-19. Nel corso della passata emergenza sanitaria era necessario disporre di strumenti pratici in grado di fornire ai lavoratori italiani notizie e informazioni sulle aperture, sulle agevolazioni fiscali e sulle differenti forze messe in campo dalle Regioni del Paese. 

La necessità di conoscere più a fondo i problemi degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari ha spinto la nostra Organizzazione a condurre delle indagini preliminari allo scopo di identificare un quadro sui professionisti del settore sales. Raccogliere e analizzare dati statistici consente di evidenziare i nodi problematici in modo oggettivo, dando voce agli elementi più critici interrogando le opportune sedi istituzionali e lavorando in sinergia con i Ministeri e gli enti territoriali competenti, le commissioni parlamentari e gli Enti di previdenza. 

Il progetti è nato in concomitanza con il periodo delle elezioni  ENASARCO 2020, l’Ente Nazionale di Assistenza e Previdenza per gli Agenti e Rappresentanti di Commercio, privatizzato con il d.lgs. 509/1994  con la forma giuridica dell’attuale Fondazione. ENASARCO gestisce circa 300.000 posizioni contributive di agenti di commercio, consulenti finanziari e aziende mandanti. 

L’Osservatorio è impegnato in studi e analisi del settore commercio e della consulenza finanziaria, inserendosi nel tessuto dei lavoratori autonomi e delle imprese nazionali con aggiornamenti, notizie, approfondimenti e opportunità di formazione. 

Particolare attenzione è dedicata alla trasformazione digitale e all’innovazione nel settore commerciale e della finanza

Organi istituzionali e di indirizzo Unione Sindacati Agenti e Rappresentanti di Commercio Italiani

Giovanni Di Pietro – Presidente Nazionale USARCI

Antonello Marzolla – Segretario Generale USARCI

Mauro Ristè – Vice Presidente Vicario

Massimo Azzolini – Vice Presidente

Luigi Doppietto – Vice Presidente e Coordinatore Centro Tributario

Marcello Gribaldo – Vice Presidente

Pasquale Affatati – Vice Presidente

Loris Meloni – Consigliere

Antonio Bellini – Consigliere

Paolo Garcea – Consigliere

Maria Myriam Catalano – Consigliere

Domenico Papa – Consigliere

Giuseppe Gasparri – Consigliere

Pietro Lunardi – Consigliere

Guido Romanelli – Consigliere

Franco Roccon – Consigliere

Davide Sindoni – Consigliere

Alessandro Porcellini – Presidente del Collegio Sindacale 

Osservatorio Statistico Agenti di commercio e Consulenti Finanziari

Federico Cortese – Direttore Osservatorio

Daniela Simionato – Segreteria amministrativa

Sede e contatti

Corso Re Umberto, 84 | 10128 Torino (ITA) | Tel. +39 011591196

C.F.: 80085940015

E-mail segreteria: segreteria.osservatoriousarci@gmail.com

E-mail direzione: direzione.osservatoriousarci@gmail.com 

 

Un po’ di storia sugli scambi commerciali 

“Appartiene alla logica di un’economia essenzialmente marittima la creazione o l’accaparramento degli scambi via mare fra i diversi settori di una costa divisa in zone di influenza e in mercati: e proprio questo realizzò Venezia nell’arco del secolo XIII, con la conquista della Romània, costituendo un impero coloniale e un vasto mercato nel Mediterraneo orientale e nell’Adriatico, assoggettati al controllo della sua flotta. Città marinara dominante, dalla fine del Duecento Venezia venne evolvendosi come organismo economico e sociale dotato di istituzioni tese alla protezione dei mercanti e allo sviluppo commerciale: uomini delle più varie estrazioni sociali – aristocratici o popolani, cittadini a pieno titolo o immigrati – parteciparono a questo processo. Anche se l’incontestabile potenza economica di Venezia alla fine del Medioevo ne ha favorito l’identificazione con un sistema capitalistico a dominanza mercantile, si trattava di un sistema ibrido, nel quale l’investimento di capitali andava di pari passo con ogni sorta di privilegi volti a mantenere la guida degli affari, economici, commerciali o politici che fossero, in mano a una ristretta frangia della società.

Agli albori del secolo XIV il sistema economico veneziano era già pervenuto alla piena maturità. Perfettamente strutturato, esso ruotava intorno a un gruppo di operatori specializzati che fungevano da intermediari negli scambi fra produttori e consumatori stranieri: mercanti capitalisti che traevano i propri profitti dall’investimento e dalle successive vendite, operazioni reiterate all’infinito così da amplificare i guadagni. I produttori rimanevano al di fuori del processo di circolazione delle merci, appannaggio esclusivo dei mercanti. Tanto i profitti commerciali quanto l’esistenza stessa del capitale mercantile e della mercatura avevano origine nello scambio di prodotti fra comunità differenti e lontane le une dalle altre, vale a dire nel commercio “di transito”. I cespiti principali non venivano dall’esportazione dei prodotti della terra – nell’accezione veneziana medievale di “patria” – bensì dalla mediazione degli scambi fra comunità commercialmente ed economicamente meno sviluppate e dallo sfruttamento di bacini di produzione specializzati. Da intermediario, nettamente separato dalle diverse sfere produttive, fungeva quel capitale mercantile che proprio su tale base si era costituito.

Il mercante acquistava a basso prezzo per rivendere ad alto; ma il saggio di profitto tendeva a diminuire con l’espansione stessa dei traffici, che contestualmente produceva l’innalzamento della domanda sui mercati di approvvigionamento e dell’offerta su quelli di smercio. A questa caduta i mercanti cercavano di ovviare puntando sulla diversificazione dei beni circolanti e sull’allargamento dei mercati esistenti o sull’apertura di quelli nuovi. Come le altre città marinare, anche Venezia assecondò lo sviluppo di questo commercio articolato, sostenendo lo sforzo dei propri operatori nella ricerca di nuovi oggetti di scambio e nell’esplorazione di vie commerciali vergini, come pure nell’ottenimento di privilegi e di facilitazioni in terre sempre più lontane. La Serenissima aprì dunque la via a forme originali di investimento a elevato tasso di profitto, variabile in funzione dei tempi di circolazione delle merci e della più o meno celere rotazione del capitale monetario. Ma si poteva altresì riservare quella frazione di capitale che non aveva trovato impiego nei traffici e destinarla a operazioni creditizie; il capitale mercantile si configurava insomma secondo due specie a loro volta dipendenti dalla destinazione dell’investimento, nel commercio di beni, ma anche in quello del denaro. Sull’uno e sull’altro fronte gli investitori erano sempre gli stessi, al punto che la storiografia non isola la figura del mercante da quella del mercante-banchiere.

Lo Stato procedette al consolidamento del capitalismo mercantile attraverso dispositivi e istituzioni giuridiche intese alla salvaguardia della proprietà mobiliare e dei contratti nonché elaborando strutture affatto nuove destinate a favorire gli interessi dei mercanti soprattutto nei settori protezionistico, coloniale e finanziario.

Ciò fece mettendo questi ultimi al riparo dalla concorrenza dei vicini, il che significò per Venezia l’imposizione del monopolio marciano sui piccoli centri costieri e su di un entroterra sempre più vasto.

Per favorire il commercio internazionale e l’economia marinara, a partire dal secolo XIII fu invece creata – con l’impiego talora della forza, talaltra della diplomazia dei trattati – una rete di punti d’appoggio in territorio straniero, cui si accompagnò l’apertura di sbocchi commerciali e l’insediamento di colonie mercantili. Tali punti d’appoggio, mercati e colonie non erano scelti certo a caso, ma là dove il flusso dei traffici aveva concentrato gli scambi, sì da garantire la continuità del commercio e, insieme, la sicurezza delle persone. Essi andavano difesi ad ogni costo dalle rivolte indigene e dalle ambizioni dei rivali, anche al prezzo degli oneri di guerra e dell’indebitamento pubblico.

Infine, per provvedere al finanziamento dei prestiti contratti – pagamento degli interessi e ammortamento del capitale – vennero assegnate entrate ordinarie dello Stato, provenienti dalle imposte indirette sul consumo e sul commercio di transito. Una politica fiscale e finanziaria a tutto vantaggio dell’aristocrazia mercantile, giacché i prestatori erano quasi esclusivamente dei mercanti capitalisti cui veniva offerta la possibilità di investire parte dei propri capitali in titoli del debito pubblico negoziabili sul mercato e realizzabili in qualsiasi momento. Nel quadro di una sapiente diversificazione, i profitti finanziari andavano così ad aggiungersi a quelli commerciali e a quelli del prestito a interesse, non conoscendo il capitale accumulato pause o tesaurizzazioni improduttive. Come dire che, nel secolo XIV, il debito pubblico trasformava il denaro inerte in capitale, senza i rischi connessi all’investimento mercantile o all’usura. Materialmente i creditori nei confronti dello Stato non davano nulla: la somma prestata veniva trasformata in obbligazioni trasferibili che funzionavano in mano loro come moneta contante. Il sistema poggiava sulle tasse pagate dai consumatori e dai mercanti stranieri attivi nell’import-export con i Veneziani. Se guerre o iniziative statali di altra natura a sostegno del commercio marittimo – invio di ambascerie, prebende volte ad assicurarsi la fedeltà di principi-clienti, dimostrazioni di forza – obbligavano a ricorrere al debito pubblico, erano sì i mercanti a fornire il sostegno economico ma in definitiva erano altri a pagare.

Le “mude”, i “fondachi”, l’associazione dei mercanti in comunità su base nazionale, strumenti introdotti per organizzare il commercio e migliorarne l’efficienza, come pure la ricerca di nuovi prodotti e di nuovi mercati, la concentrazione degli scambi, il progresso delle tecniche mercantili e bancarie, la fondazione di colonie, il rafforzamento del controllo sul retroterra veneziano, tutto questo concorreva a garantire profitti elevati, a far lievitare i tassi e ad accrescere il reddito da capitale. Profitti che aumentavano ogni qual volta le condizioni generali consentivano di rafforzare il monopolio sul commercio di transito, destinato tuttavia a tramontare a misura dello sviluppo economico di quelle stesse popolazioni la cui debolezza aveva contribuito a instaurarlo (1). In questo caso, il declino del sistema del commercio di transito non provocava semplicemente la crisi di questo o di quel settore dello scambio, ma anzi, corrodendone il fondamento della ricchezza, metteva in discussione la supremazia medesima dei popoli a spiccata vocazione mercantile. Tale inversione di tendenza si traduceva nel calo dei rendimenti dell’investimento e nel decremento del saggio di profitto. I mercanti constatando un’evoluzione dei prezzi a loro sfavorevole, quando tentavano d’incrementare il volume degli affari, cercavano allora per i propri capitali destinazioni differenti dal commercio, volgendosi a comparti economici quali l’industriale, il bancario e il fondiario.

D’altronde i mercanti-banchieri non ignoravano certo l’investimento industriale, specie nei rami di attività più direttamente connessi con lo scambio come, ad esempio, la cantieristica; e quanto fosse stretto tale legame lo dimostra il fatto che gli armatori appartenessero sovente allo strato superiore del ceto mercantile. Le economie marittime fondavano la prosperità di tale ceto sulla maggiorazione praticata sui prezzi dei beni occidentali distribuiti in Oriente e di quelli orientali importati in Occidente. Poiché le merci che meglio si scambiavano contro i ricchi prodotti dell’Oriente erano i panni di lana, l’industria tessile di lusso era un settore privilegiato dell’investimento mercantile; da quando le botteghe artigiane cominciarono a produrre per l’esportazione e non più per il mercato locale, i mercanti importatori di lana grezza ed esportatori di tessuto lavorato finirono per ridurre la figura dell’artigiano a quella di mero dipendente, incaricato di dar corso alle commesse.

Da lungo tempo a Venezia un limitato investimento fondiario si accompagnava a quello mercantile e industriale. Se in città l’acquisto di case, fondachi o botteghe era senz’altro remunerativo, in campagna campi e tenute non erano sempre visti, almeno inizialmente, come un investimento redditizio. Si compravano bensì le terre, ma per farne luogo di soggiorno e di riposo nei pressi della città, al contempo villeggiatura e fonte di rispettabilità sociale come pure rifugio durante le epidemie che devastavano gli agglomerati urbani. Fu questa la prima tappa della penetrazione fondiaria dei Veneziani in terraferma, che si sarebbe prolungata fino alla metà del secolo XV”.

*Tratto da “I meccanismi dei traffici“, Storia di Venezia (1997) di Jean-Claude Hocquet